Actualizado en  mayo de 2017   

Volumen 2 / Número 1 // Septiembre 2005
Espacios del Cuerpo
ISSN 1553-5053


[pp 57/67]

Credere, Obbedire, Non Battere

Giovanni Dall’Orto

Due anni fa, concludendo un mio saggio sulla condizione omosessuale sotto il fascismo (pubblicato in
appendice a Bent di Martin Sherman), lamentavo la mancanza di qualsiasi studio sulla repressione degli
omosessuali durante il Ventennio. In assenza di una repressione violenta ed evidente come quella avvenuta
nella Germania nazista (con deportazioni nei campi di sterminio ed uccisioni in massa) gli storici per bene
(e perbenisti) avevano avuto buon gioco nel far finta di nulla: Non esiste nessuna documentazione al
proposito, ripetevano. Del resto l’iniziativa degli storici gay, che tante volte s’è sostituita alle reticenze
degli storici sedicenti seri, era frenata dalle difficoltà e dai costi di una ricerca dei generi. Non avrei
perciò mai immaginato che, due soli anni dopo avere scritto quelle righe, l’Arcigay sarebbe intervenuta,
fornendomi preziosi contatti e coprendo interamente le spese legate alla ricerca. In questo modo s’è
riusciti ad esaminare per la prima volta decine di fascicoli di omosessuali condannati al confino fascista.
Questa è la seconda e ultima parte dello studio sugli omosessuali confinati in epoca fascista.

Non tutti i documenti sono nettamente drammatici quanto quelli pubblicati nella prima
parte di questo studio. In alcuni casi si riscontrano elementi comici, o addirittura
boccacceschi, che non possono non strappare un sorriso (magari di simpatia). Prendiamo
ad esempio Otello A., gestore di una trattoria in Eritrea, che aveva osato avere relazioni
sessuali con un indigeno diciannovenne. Per sorprenderlo sul fatto i carabinieri e la
polizia indigena organizzarono un vero e proprio assedio alla sua abitazione. Ecco il
variopinto verbale di uno degli assedianti:

Una sera del dicembre 1937, mentre rivestivo il grado di zaptié, fui
comandato verso le 21, assieme al carabiniere C. Ignazio, di appiattamento
all’abitazione di un nazionale di nome Otello, per verificare se col
connazionale medesimo andava a passare la notte un ragazzo indigeno,
certo Abràhà C. La stanza da letto del nazionale aveva due porte. A
guardia di una si mise il carabiniere e a guardia dell’altra mi misi
io…Verso le quattro o quattro e mezzo il comandante la stazione si diresse
alla porta alla quale vigilava il carabiniere e bussò ripetutamente. L’Otello
domandò spaventato che cosa c’era e quando gli fu risposto “Carabiniere”
disse di attendere un momento che avrebbe acceso la candela. Egli invece,
al buio, venne ad aprire la porta chiusa a chiave, alla quale ero io di
sorveglianza, per fare uscire l’Abraha, che io fermai puntandogli la pistola.
L’Abraha aveva indosso solo una maglietta corta e mi disse che voleva
uscire per orinare…Sapevo da tempo che tra l’Otello e l’Abraha correvano
rapporti di pederastia e ciò era notorio sia ai nazionali che agli eritrei.
L’Abraha vestiva bene e non faceva niente. Quando si allontanava da Adi
Quala, l’Otello andava a cercarlo, e mi risulta che una volta andò fino ad
Adi Caiek per farlo ritornare in sua compagnia…A quei tempi, poi, la
popolazione eritrea cantava canzoni di scherno all’indirizzo dei due
immorali. Uno diceva così: Chilè sciucòr uodì fitaurari mehacor, che in
italiano vuol dire: un chilo di zucchero, figlio di fitaurari vende il culo.
Un’altra era la seguente: Abrahà, Abrahà, Otello suacalò, che vuol dire:
Abrahà, Abrahà, Otello ti chiama…Anche il padre dell’Abraha venne a conoscenza dei rapporti immorali che il figlio aveva col connazionale
Otello, e quando venne in Adi Quala diceva che voleva ammazzare il
figlio. Poi se lo portò con sé nel Tembien.

Otello A. fu condannato a “soli” due anni di confino, in considerazione dei suo passato di
buon fascista.

Signorini, Non Guardate i Marinai

Una canzoncina d’anteguerra invitava le signorine a non guardare gli uomini in divisa
perché sono belli ma ingannatori. Peccato che non mettesse in guardia contro i rischi
connessi al frequentare i bersaglieri in epoca di mobilitazione. Il povero Luigi B. avrebbe
potuto evitare un brutto quarto d’ora e tre anni di confino...

Nei giorni di mobilitazione italiana contro la Francia, il 5 maggio 1939, gli agenti
di (p. 14) P. S. di Trastevere ricevettero strane

notizie confidenziali nei confronti di un individuo sconosciuto il quale si
aggirava nei pressi della caserma del 2^ Regg. Bersaglieri. Egli chiedeva
loro, mediante offerte di dare da bere del vino, offrendo da mangiare e
conseguentemente offrendo [indirettamente] somme di denaro a militari
del 2^ Regg. Bersaglieri, notizie. A seguito di ciò ed avutone i
connotati abbiamo eseguito un accuratissimo servizio di appostamento,
specie nelle ore adibite alla libera uscita dei sopraccennati militari nei
giorni 6 e 7 corrente, e verso le ore 18 del 7 detto, abbiamo notato
l’individuo rispondente ai connotati fornitici, il quale si avvicinava ad un
bersagliere che poco prima era uscito dalla caserma e che sostava nei
pressi dell’osteria, al quale chiedeva di dove era, come si trovava, se era
contento di essere stato richiamato ed a conclusione se gli piaceva da bere
del vino essendo disposto ad offrirglielo gratuitamente. Ascoltate le offerte
dello sconosciuto ed avendo la certezza che trattavasi effettivamente
dell’individuo da noi ricercato, lo abbiamo arrestato.

Immediatamente consegnato al controspionaggio come sospetto informatore dei francesi,
dopo tre mesi (di stringenti interrogatori, immaginiamo noi), Luigi B. venne rispedito al
mittente, accompagnato da una stizzosa nota:

Da accertamenti compiuti da questo Centro è da escludere che Luigi B. si
occupi di attività informativa militare. Malgrado le reticenze dei militari è
stato possibile stabilire dai ripetuti interrogatori cui è stato sottoposto il B.,
che questi è un pederasta inveterato che ricerca la compagnia e i contatti di
militari allo scopo di soddisfare il suo turpe vizio…Questo Centro non ha
perciò più interesse a trattenere il B. Lo si passa a codesta R. Questura per
i provvedimenti di competenza.

Le Due Italia sul Doppio Binario

L’immagine che viene emergendo dai documenti è quella di un’Italia diversa che procede
su un doppio binario. Se da un lato troviamo, nelle grandi città, una sottocultura
strutturata con i suoi luoghi canonici di incontro (bar, sale da ballo, gabinetti pubblici,
parchi) dall’altro emerge la gran massa degli omosessuali che vive in piccoli centri (non
dimentichiamo che l’urbanizzazione di massa in Italia risale al dopoguerra) e che si
arrangia seguendo altri schemi culturali e di comportamento.

È quella omosessualità rurale che tanto rimpiangeva Pasolini, e che è andata
spegnendosi negli ultimi anni sotto i colpi della rivoluzione sessuale. Ci troviamo infatti
di fronte a una società che valuta l’atto sessuale come prestazione e prodezza (di cui ci si
può vantare) ma che preclude ai giovani, fino ad un’età piuttosto avanzata, l’accesso
ufficiale alla sessualità. In tale situazione gli adolescenti, pur di sfogarsi in un modo
qualsiasi, si dimostrano sorprendentemente disponibili ad avventure omosessuali. Non
illudiamoci, però: non si tratta di una cosciente rivalutazione del lato omosessuale
esistente in ogni individuo, ma semplicemente di un surrogato, di un meglio questo che
nulla. Basti dire che un adolescente che aveva accettato di avere rapporti con un
omosessuale, era stato da lui redarguito perché persisteva nei suoi accoppiamenti con...
una somara.

“La natura ha paura del vuoto,” aveva sentenziato un secolo prima il poeta
dialettale siciliano Giuseppe Marco Calvino (1785-1833), e aveva concluso: “pirtusu?
ergo lu tappu!” (c’è un buco? dunque lo tappo!). Un’impressionante documentazione su
questa omosessualità di compensazione esistente in ambiente contadino—un mondo che
tradizionalmente lascia solo poche tracce di sé e del suo modo di pensare—la troviamo nel
processo contro lo scatenatissimo parroco di un paesello rurale del Lazio.

L’Omosessualità Rurale

Don Amedeo A. aveva per anni approfittato della sua posizione per attirare a casa
numerosi ragazzi, quasi tutti figli di contadini, agendo con tale sfrontatezza da suscitare
uno scandalo enorme, conclusosi fatalmente con il suo invio al confino. Ecco la
testimonianza di uno dei “sedotti”, di diciassette anni, che ci mette al corrente delle
maniere spicce di don Amedeo. Un giorno che era andato a casa del parroco per una
commissione, racconta il ragazzo,

suonai il campanello. Mi venne ad aprire il don A., il quale fattomi entrare
mi disse: ‘Oh carissimo Germano: che nuova’. Spiegai il motivo della mia
visiti ed egli senza proseguire la giustificazione, mi cinse la vita con un
braccio e con forza mi trascinò in una sala interna della casa. Quivi,
fattomi sedere su di una panca, incominciò a toccarmi le mammelle, a
baciarmi, a darmi dei piccoli morsi ai lobi delle orecchie, al mento, sotto la
gola; contemporaneamente con una mano mi sbottonò i pantaloni. Io non
feci resistenza a tali atti e dopo un’ora circa, mi congedò dicendomi di
ritornare l’indomani mattina. Il giorno successivo, verso le ore 10, mi recai
a casa del parroco. Appena giunto, il don A. ripeté gli stessi atti della sera precedente, e dopo circa cinque minuti, mi accompagnò in camera, nella
quale si trovava una branda spiegata con materasso e lenzuola. Quivi ci
sdraiammo sul materasso e per circa tre ore il don A. mi baciò, mi strinse a
sé e mi palpeggiò. Alla fine mi disse se volevo divertirmi, e poiché chiesi
in che modo, egli mi rispose: ‘Ciuccio [somaro] ancora non comprendi’.
Siccome feci finta di non capire, me ne andai.

Tornato due giorni dopo, Germano fu sollevato di peso e gettato su un letto:

Senza accendere la luce, don A. mi spogliò, poscia si tolse i suoi
indumenti. Tutti due completamente nudi, ci mettemmo a letto e il don A.
incominciò a farmi gli atti di cui sopra. In seguito, mentre io ero di steso
in modo supino sul letto col membro in erezione egli si infilò nell’ano la
mia asta virile.

Stessa forma di approccio per un altro ragazzo di sedici anni:

senza dirmi parola, don A. mi abbracciò e mi baciò, mi prese con le mani
il membro virile e visto che io non facevo resistenza, mi accompagnò nella
sua camera da letto. Ivi ci spogliammo entrambi e ci coricammo.
Nel letto il prete mi baciava, mi stringeva con effusione, mi leccava in
tutte le parti del corpo, mi dava dei piccoli morsi ai lobi delle orecchie e si
strofinava a sé il mio membro. Dopo circa tre ore io fui masturbato per due
volte con la bocca del prete.

Eccetera, eccetera (era un raffinato, il nostro don Amedeo). Purtroppo uno dei ragazzi si
escoriò leggermente il membro per gli strapazzi subiti, non lo curò e per la scarsa igiene
locale vide svilupparsi un’infezione. Recatosi all’ospedale, quando gli fu chiesto come si
fosse procurato l’infiammazione, rispose arrossendo: “Me lo sono fatto andando (p. 15)
con il prete.” Come se il raccontarlo fosse la cosa più ovvia dei mondo. Tant’è che il
medico, testimoniando, dice di essersi fatto ripetere la risposta perché credeva di non aver
capito bene. Alcuni elementi emergono con prepotenza da queste testimonianze.

Primo, i ragazzi per loro stessa ammissione non opponevano resistenza. Secondo,
tornavano dal prete di loro spontanea volontà. Terzo, molti di loro parlando degli atti
sessuali compiuti con il don A. li definiscono semplicemente divertimenti (“si ripeterono
i divertimenti ed alla fine io misi l’asta virile nell’ano dei prete,” dichiara laconicamente
uno di loro). Quarto, i ragazzi non tacevano affatto le loro avventure, ma spesso se le
raccontavano a vicenda. Proprio da quest’ultima circostanza fu causata la rovina di don
A., che per far cessare le voci che giravano sul suo conto, querelò e fece condannare per
diffamazione due ragazzi, attirandosi l’odio di tutto il paese che ben sapeva che quanto i
due avevano detto corrispondeva al vero.

Per avere un’idea del punto di vista della “semplice gente contadina” la cui
tolleranza il buon Pasolini portava alle stelle, ecco la testimonianza della madre di
Germano, una contadina:

Avendo saputo certe dicerie, in base al don A., tanto io che mio marito
proibimmo a mio figlio di frequentare il prete. Ma lui seguitò sempre, anzi
peggio di prima. Trascorse un’epoca, mio figlio (vergognandosi lui) mi
fece dire dall’infermiere che era caduto malato al membro. In casa
succedettero scene, tra padre e figlio, credendolo malato di donne. Non
trascorse che una settimana, che nel mio vicinato corse voce che mio figlio,
in base alla pratica dei parroco, era caduto malato di riscaldo al membro.
Chiamatolo in disparte dei fratelli mi feci dire da lui se era vero ciò che si
diceva; mi confermò ed anzi mi mise a conoscenza di cose: in vita mia mai
sentite.

Si trattava, per dirla con le parole di un’altra madre, anch’essa contadina, di
“fatti e relazioni contaminose, che fanno schifo solamente a parlarne, di mio figlio ed altri
coi prete suddetto.”

L’Omosessualità Mediterranea

È in questo contesto, in questa realtà che ha le sue radici quella che è stata definita
l’omosessualità mediterranea. Abbiamo già avuto modo di parlarne, in passato, come di
un particolare modo di vivere ed interpretare il comportamento omosessuale, diffuso sulle
due sponde dei Mediterraneo. Con i casi di confinati catanesi, e le sfottenti relazioni del
questore Molina, ci troviamo di fronte ad una vera miniera di dati e documenti relativi a
questa cultura altra dell’omosessualità. Già nel linguaggio usato da Molina si nota che
qualcosa non funziona: la mentalità che sta alla base della sua azione non è quella che
motiva, ad esempio, i suoi colleghi di Firenze o Milano.

Nella relazione che ho pubblicato nella prima parte di questo studio, Molina parla
de “il pederasta ed il suo ammiratore.” L’ammiratore del pederasta? E chi è costui?
Scorrendo le altre relazioni si comincia a capire: i criteri di catalogazione di Molina non
hanno nulla a che vedere con quelli degli psichiatri e specialisti vari dell’omosessualità, e
nemmeno con quelli che usiamo noi oggi.

Secondo Molina Antonio F., ad esempio, “confessa il suo vizio e lo pratica con
grave scandalo e pericolo per i giovani dell’altro sesso.” L’altro sesso? Le donne, dunque?
No, la lingua italiana è esplicita: “i giovani” si riferisce a persone di sesso maschile.
Dunque è appurato che i pederasti sono un sesso a parte. Ma a parte rispetto a chi?
Rispetto ai maschi, come apprendiamo spigolando qua e là: di una delle sue vittime
Molina dice: “si è abbandonato al suo vizio, sottoponendosi ai voleri del maschio”; di un
altro dice che “si è adattato a farla da femmina,” di un altro ancora afferma che “da
principio resistette ai voleri dei maschi ma poi si dedicò senza ritegno alla pederastia.” A
conferma di tale bizzarra mentalità, Molina bolla come pederasti passivi tutti i
quarantasei omosessuali che manda al confino: pederasta ed attivo, nella sua ottica, sono
termini antitetici. Nessuno viene, infatti, da lui inviato al confino per pederastia attiva. Di
un confinato Molina dice addirittura che “ha tradito il suo sesso.”

Vediamo di riordinare i frammenti. Per Molina il mondo si divide in maschi, che
hanno giustificate e lecite brame di tappare i buchi (e che non sono punibili per questa naturale brama), femmine, e infine pederasti, che altro non sono che uomini che tradendo
il loro sesso “la fanno da femmine” e “subiscono i voleri del maschio” anziché imporre i
propri. La discriminante, nella sua mentalità, non corre fra atti sessuali con individui
dello stesso sesso ed atti con persone di sesso diverso (come accade nel Nord Italia), ma
fra individui che nell’atto sessuale assumono il ruolo attivo e quelli che assumono il ruolo
passivo. La trasgressione consiste nel mutare il proprio ruolo, non nel mutare il sesso dei
partner. Tuttavia Molina si trova di fronte a disposizioni legislative che non sono
perfettamente sovrapponibili alla sua mentalità, e anche ad una sottocultura omosessuale
che non può essere interamente interpretata secondo tale schema di attivo/passivo
(nonostante che l’omosessuale mediterraneo accetti come naturale l’idea di assumere il
ruolo passivo quando ha a che fare con un maschio). È così costretto a forzare la realtà in
modo da fare combaciare la sua mentalità e quella di chi ha stilato le leggi. Da qui nasce
l’assioma secondo cui solo i passivi sono necessariamente pederasti, e che quindi tutti i
pederasti devono essere per forza di cose passivi.

La Prova di Virilità

Tale catalogazione suscitò l’ira di più di un pederasta che non era disposto a riconoscersi
in quell’etichetta. Eppure, fatto sorprendente per noi, le proteste di questi omosessuali si
muovono esattamente sullo stesso binario ed utilizzando gli stessi assiomi che aveva
usato Molina, dimostrando così che il nostro ineffabile s’era veramente fatto interprete
d’una mentalità diffusa: Francesco I. scrive stizzito che, essendo sposato e padre di un
figlio “ho dato prova certa d’essere uomo e proficuo attivo, e non passivo come la
commissione ebbe a dire”. Si noti bene, non nega di essere omosessuale, concetto a lui
estraneo, ma di essere passivo. Giuseppe S. nega di avere mai avuto rapporti con uomini,
affermando: “sono uomo al cento per cento, capace di darne prova se necessario” (p. 16).
Anche Salvatore S., sposato con tre figli (analfabeta, di professione capraio) si lancia in
un sillogismo in cui afferma che avendo tre figli è attivo e non passivo, ma non essendo
passivo non può essere un pederasta. Infine Vittorio S., di vent’anni, dichiara che appena
possibile si sposerà per “dare la prova di essere un vero uomo.”

Le parole “dare la prova” ritornano con insistenza. È vero che il maschio non ha
nulla a che vedere con il pederasta, ma la qualifica di maschio va conquistata, va provata.
In questo senso l’atto sessuale diventa prestazione, ed è questo il motivo per cui ce ne si
può vantare: perché è prova dell’appartenenza ad una categoria piuttosto che all’altra.

Un’anomalia disturba però il modello costruito da Molina a partire dalla cultura
dell’omosessualità mediterranea. Com’è noto essa concede ai ragazzi un certo periodo di
sperimentazione omoerotica. Molina, che voleva dimostrare come nulla in comune
potessero avere i veri maschi (come lui) con i pederasti, rifiutava di riconoscere questo
aspetto della cultura erotica mediterranea. Chi apre i fascicoli dei confinati siciliani si
trova così di fronte ad un elemento sconcertante: praticamente tutti i confinati catanesi
confessano di essere stati stuprati verso i quattordici-quindici anni.

Fortunatamente la protesta di uno di loro apre uno spiraglio per capire la realtà dei
fatti: non ha mai parlato—egli dichiara —di stupro, come appare nel verbale (e tanto meno
di stupro anale) ma solo di atti (se vogliamo un po’ sconvenienti) compiuti fra coetanei a
quattordici anni. Ciò che sulla sua bocca era un’azione consensuale e reciproca, nella mente contorta di Molina era diventata ipso facto uno stupro, e in tal modo era stata
declassata e delegittimata.

In questo ambito culturale come spiegano a se stessi gli omosessuali i loro
desideri e la loro condizione? Essi parlano di “sentire” l’uomo: dicono infatti “sento
l’uomo”, “sento la donna”. È un “qualcosa” che viene da “dentro”, ma esprime solo una
direzione (una “tendenza”, diremmo noi), non un ruolo. Il ruolo, quello, è appreso, è
culturalmente dato. Così anche un passivo, teoricamente, potrebbe “sentire la donna”
(anche se molti dicono di fuggirla), mentre logicamente anche un “maschio” può “sentire
l’uomo”...

Il Professore Ottone Rosai (1895-1957), Pittore

Non tutte le vittime dell’occhiuta sorveglianza fascista erano anonimi preti di campagna o
poveri contadini. Qualcuno aveva un nome di spicco (e naturalmente proprio grazie ad
esso fu trattato con particolare riguardo). Si sapeva ad esempio già da tempo (ne aveva
parlato a più riprese Piero Santi, fra l’altro nel suo Ritratto di Rosai) che il pittore Ottone
Rosai aveva avuto grane con la polizia fascista a causa dei suoi amori eterodossi.
La confessione d’un omosessuale fiorentino permette di avere la conferma del racconto di
Santi. Leggiamo in un verbale:

Sulla base delle dichiarazioni dell’U. è risultato che il nominato M.
Alberto ed il pittore Rosai Ottone sono anch’essi pederasti.
Alle contestazioni che sono state loro mosse si sono mantenuti reticenti,
ma i particolari emersi non possono lasciare dubbi di sorta: l’U. ha
precisato al riguardo che il M. ha avuto più volte rapporti contro natura
con lui e con il nominato S. nella stessa sua abitazione nonché altrove, e
che il pittore Rosai dopo averlo visto appena una volta alle Cascine, aveva
voluto assumerlo come modello, e da allora durante cinque o sei mesi fino
a poco tempo fa, si era mantenuto con lui in continua intimità abnorme.

l’ammonizione, e non comportava alcuna restrizione della libertà personale. Comunque,
tre anni dopo la denuncia, che è del 1938, una nota della polizia politica allude ancora
subdolamente ai fastidi subiti dal pittore, anche se non osa parlare chiaro perché questi è
divenuto ormai un pezzo grosso. “Superato il periodo durante il quale la sua condotta e le
sue azioni erano state discusse, presentemente non dà luogo a rilievi”, dichiara la polizia
politica, che però accenna al “passato non perfettamente limpido, sia nei riguardi morali
che politici”.

Né può mancare un’allusione cattiva, laddove si osserva che “grazie alle intime
relazioni di amicizia con qualche personalità del luogo”, Rosai “è riuscito ad ottenere la
superiore valorizzazione con la speciale nomina a Professore.” Il ministero comunque,
per prudenza, dispone che sia discretamente sorvegliato.

I Raccomandati Di Ferro

Eppure, per un personaggio trattato coi guanti bianchi, quanti furono spediti al confino
senza alcuna esitazione! Gli omosessuali ricchi, colti, famosi, in vista, hanno sempre
trovato il modo di far pendere la bilancia della giustizia dalla loro parte. Indubbiamente
questa è una delle principali ragioni per cui anche oggi i gay che dispongono di maggior
potere ed influenza sono in realtà quelli che meno fanno per la causa gay. Per loro la
questione omosessuale non esiste: hanno già le spalle coperte, a che pro esporsi?

La vita al confino era difficile. Il regolamento delle Tremiti imponeva di “darsi a
stabile lavoro,” ma che lavoro si trovava nelle boscose isole che contavano “ben”
quattrocento abitanti in tutto? Nel 1940 lo Stato passava quattro lire al giorno ad ogni
confinato, ma un chilo di fagioli costava cinque lire, ed un chilo di pane costava due lire e
quaranta centesimi. Il sogno di tutti i confinati era perciò il trasferimento in un Comune
di terraferma, dove esistesse qualche opportunità di lavoro. Quasi nessuno ci riuscì.

Ce la fece però Vittorio B., possidente romano. Il suo avvocato si presentò, infatti,
al ministero con un biglietto firmato dal direttore del quotidiano filofascista Il Popolo di
Roma, che lo definiva “un vecchio amico e collaboratore” e si raccomandava di
“ascoltarlo con benevolenza”. Il trasferimento venne, in quindici giorni.

Quando un confinato scrisse lamentandosi dei trattamento di favore riservato al
raccomandato, al ministero si reagì soltanto verificando che ci aveva fatto la
raccomandazione avesse diritto di farla. Dopo di che, il ricco Vittorio B. rimase in
terraferma, ed i poveri diavoli rimasero alle Tremiti. Quel che è giusto, è giusto!

Le Reazioni Delle Famiglie

La famiglia era per il confinato un legame importantissimo con il mondo di fuori. C’è da
dire che di rado il confinato omosessuale veniva abbandonato dai suoi. Antichi codici di
solidarietà familiare (càpiti quel che càpiti) imponevano ai congiunti più stretti di
sostenere il figlio/fratello/marito in disgrazia. Se ci furono ripudi si trattò di cugini,
cognati, o parenti acquisiti.

Non è però sempre facile valutare quale fosse in realtà l’opinione dei familiari, per
due ragioni. La prima è che il figlio omosessuale era spesso l’unico che non sposava, e
per questo motivo era anche l’unico che, non avendo moglie e figli carico, poteva
mantenere i vecchi genitori. Quale che fosse la loro opinione sul perdistiria o
uomosessualità dei figli il suo ritorno era per loro una condizione essenziale di
sopravvivenza economica, quindi era desiderato in tutti i modi. Senza contare che si può
presumere che la lunga convivenza avesse portato molti di loro a rassegnarsi al vizio dei
pargoletto.

In secondo luogo nelle suppliche di grazia che sono conservate nei fascicoli,
spesso non sono i genitori stessi a scrivere, ma avvocati o comunque persone a cui
l’anziano analfabeta si era rivolto. Il pensiero del parente è quindi filtrato attraverso
quello dei legali, ed oltre tutto compresso in un modulo standard che, nel tentativo di
massimizzare l’effetto, era obbligato da un lato a deprecare severamente certe immonde sozzure, e dall’altro a negare che il figlio, povero giglio innocente, ci si fosse giammai
abbandonato.

Fortunatamente alcuni genitori e fratelli decisero di scrivere di persona le
suppliche, o perché troppo poveri per pagare un avvocato, o perché ormai sfiduciati
sull’efficacia delle suppliche scritte da altri. Le loro reazioni si possono così dividere:
Coloro che ammettevano la colpa del figlio, ma invocavano attenuanti. “Ha peccato
Paolo, sissignore. Il destino, I’infame destino. Ma ora ha promesso di diventare il più
buono e meno cattivo di tutti (p.17) i giovani, perché ancora non ha nemmeno 19 anni e
può, e deve rimettersi”, scrive un padre.

Alcuni promettono di sorvegliare maggiormente il figlio (fra i confinati catanesi
c’è un cospicuo contingente di giovanissimi, diciotto-diciannovenni). Altri invocano il
perdono: “Se per caso mio figlio risulta peccatore, prego de perdonarlo, come Idio
perdona a tuttu le suoi Crocifissori e pecatore, così perdono per lui che dio cello sa bene
ricompinzari”, supplica una vecchia e poverissima madre catanese.

Coloro che, al contrario, sostenevano che il figlio/fratello era innocente, vittima di
calunnie e vendette. Qualcuno pare convinto di quel che dice: alcune mamme arrivano al
punto di inviare la foto del figlio al ministro, per mostrare che con quella faccia il
“povero figlio loro” non può che essere un bravo ragazzo immune dalla colpa imputatagli.

Ah, il cuore di mamma cosa non può fare!
Coloro infine che (ma sono una minoranza) invocavano l’irresponsabilità del
figlio. C’è un’implicita disapprovazione in tale linea di condotta: meglio il manicomio
che il soggiorno obbligato con la fama di finocchio. Così il padre di Giuseppe C. afferma
che il figlio avendo fatto la meningite da piccolo è una “figura di cretino” ed “un perfetto
scemo”, e quindi irresponsabile dei suoi atti.

A volte i sintomi dell’infelicità della vita dell’omosessuale vengono spacciati
come cause (e non come conseguenza) della sua diversità. La famiglia del già citato
Dante A. dichiara che “Il figlio è un povero malato di mente: è affetto da deficienza
mentale: carattere chiuso, con timidezza eccessiva, amante della solitudine tanto che non
ha mai avuto veri e propri amici”. Altra prova della sua “deficienza”: “il suo perenne
stato di depressione che lo fa sovente uscire in confusi propositi di suicidio”.

Un simile assurdo atteggiamento nasce sempre da un binomio: una famiglia molto
povera e culturalmente sprovveduta ed un avvocato. Quest’ultimo non trova nulla di male
nel rinchiudere in manicomio il confinato, e la famiglia non riesce a trovare obiezioni in
proposito.

L’atteggiamento di fatalismo con cui spesso le famiglie accoglievano le decisioni
che venivano dall’alto è bene esemplificalo nell’unica lettera personale conservata nei
fascicoli che ho esaminato (era stata acclusa da un confinato ad una supplica, ed assieme
ad essa archiviata). Fa persino un po’ ridere il modo in cui la madre dà per scontata
l’omosessualità dei figlio, che invece si era sempre protestato assolutamente innocente
dell’accusa mossagli. Ad un certo punto della lettera leggiamo infatti:

Se il Ministro non ti ha risposto ancora vuoi dire che non si può fare niente,
magari ha detto Don Attilio di fare qualche reclamo tu, dicendo di
cambiare isola. Perché vuoi cambiare isola, non ci sono anche gli altri come te? Se tu stai in questa isola vuoi dire che è questa adatta per voi
altri.

Ah, il cuore di mamma!

Il Destino Dell’Omosessuale

Prima di chiudere questa galoppata attraverso i documenti d’archivio, voglio proporre
ancora una testimonianza molto bella, l’unica in cui un omosessuale, evitando il ritornello
del “io con certa gentaglia mai ebbi a che fare in vita mia”, parli coralmente di noi,
descrivendo la condizione umana dei confinati delle Tremiti.
Chi scrive è un ragazzo di vent’anni, garzone. Manco a farlo apposta, è uno di
quelli per cui l’avvocato di famiglia aveva puntato sulla strategia dell’irresponsabilità
morale perché “incapace di intendere e di volere”:

Già è passato un anno dal nostro arresto. Chiunque può conoscere il nostro
caso (come siamo stati presi dalle nostre abitazioni, senza una ragione
specifica, e di più, la maggior parte di noi senza precedenti) non può
frenare un senso d’indignazione. Su questo punto desidero non essere
prolisso, perché spero che anche codesto On. le Ministero si accorgerà
dell’ingiustizia usata, specialmente a molti di noi. Ma non può saperne
tutte le conseguenze: a chi è morto il padre, perché, essendo un po’
avanzato d’età, non ha potuto superare il dolore di vedersi strappato
all’improvviso e senza ragione dal suo amplesso un figlio che amava
immensamente. A chi è morta la sorella, perché troppo sensibile per poter
sopravvivere a simile onta, a chi il fratellino allattante - per lo spavento
subìto dalla puerpera - è stato colpito da un male incessante ecc. ecc. Per le
nostre povere mamme è stata come un’epidemia, quasi tutte sono
ammalate al cuore. [Ah, il cuore di mamma…].
Anche la povera mamma mia è tanto ammalata e non può più lavorare e
sostenere la famiglia perché il babbo è da tanto tempo invalido al lavoro.
Avevo un altro fratello più piccolo che poteva aiutarla; e proprio lui ora si
trova sotto le armi...Dunque prego l’On. le Ministero che si degni dare alla
mia poverissima famiglia un piccolo sussidio, oppure voler mutare la mia
pena in ammonizione per io poter così lavorare e sostenere la famiglia.
Devotissimo.
S. Salvatore.

L’autore ringrazia fin d’ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su
persone, luoghi e fatti descritti in questa scheda biografica, e chi gli segnalerà eventuali
errori contenuti in questa pagina.



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Editorial - [pp 4/6]
Espacios del Cuerpo
Juan Jorge Michel Fariña 
Miguel Malagreca 
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[pp 7/24]
Cuerpo, Goce y Letra en la Última Enseñanza de Jacques Lacan.
Mariana Gomez 
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[pp 25/41]
The Body of Romance: Citation and Mourning in Written on the Body
Jennifer J. Gustar 
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[pp 42/47]
Cuerpos Desaparecidos:
Marcela Brunetti 

[pp 48/56]
Dos Tratamientos Hipermodernos del Cuerpo
Romina Gabriela Galiussi 

[pp 57/67]
Credere, Obbedire, Non Battere
Giovanni Dall’Orto 
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[pp. 68-83]
(Re)Cognising the Body:
Rob Cover 
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Hable con ella
Hable con ella
Marcelo Pérez 

Rio Místico / Mystic River
El niño de los lobos
Juan Jorge Michel Fariña 

Potestad
Potestad
Juan Jorge Michel Fariña 

Perdidos en Tokio / Lost in traslation
Perdidos en la traducción
Yago Franco 

El fondo del mar
La involucración sexual de un terapeuta con su paciente
Juan Jorge Michel Fariña 

El camino de los sueños / Mulholland Drive
Mulholland drive: un peligroso despertar
Laura Kuschner 

   

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